Questa è una domanda un po' complessa perché ho paura che possa essere fraintesa, per questo voglio rispondere con la stessa onestà che cerco di portare in tutto il mio lavoro — senza rassicurazioni facili che non corrispondono a quello che ho effettivamente osservato.
La prima cosa da dire, chiara e senza giri di parole, è questa: il trapasso non è uguale per tutti. Non è sempre dolce, non è sempre sereno.
Durante le connessioni che faccio, una delle informazioni che arrivano più spesso — e più chiaramente — riguarda proprio la causa della morte. È uno degli elementi fondamentali di ogni connessione: lo spirito mi fa sentire, a livello energetico, quello che ha provato. Il dolore fisico, la sensazione legata alle circostanze del trapasso, il modo in cui è andata.
Quindi sì c'è dolore, Ma è qui che la risposta si fa più importante.
Quel dolore è fisico. È legato al corpo e il corpo rimane qui.
Quello che osservo nelle connessioni è che lo spirito, nel momento in cui si separa dal corpo, il più delle volte non porta con sé quella sofferenza fisica. Lo ricorda si, ma il dolore rimane legato alla dimensione terrena e alla materia. Lo spirito se ne libera, anche se non sempre in modo immediato, mi spiego meglio...
Chi ha vissuto una morte traumatica o improvvisa può portarsi dietro quella sensazione per un tempo più lungo. Non perché il dolore fisico continui nell'aldilà, ma perché lo spirito — confuso, in stato di shock energetico, spesso ancora incapace di capire cosa è successo — resta agganciato a quell'evento. Lo rivive, in qualche modo. Non come lo viviamo noi con il corpo, ma come un'impronta energetica che fatica a sciogliersi finché la consapevolezza non cresce.
Ed è qui che tutto cambia. Perché è la consapevolezza — non il tempo, non qualcosa di esterno — a liberare uno spirito da quel residuo. Più uno spirito capisce cosa è accaduto, più riesce ad accettarlo e quindi la sua frequenza energetica si eleva. E con quella frequenza, anche quel dolore transitorio lascia spazio a qualcosa di diverso.
Questo è uno dei motivi per cui, nel mio libro La Vita Oltre il Velo e in tutto il lavoro che faccio, parlo così spesso di consapevolezza. Non come parola vuota, ma come meccanismo reale. Capire come funziona l'aldilà — le sue dinamiche, le sue dimensioni, i suoi percorsi — non è un esercizio intellettuale. È qualcosa che ha un effetto concreto, sia su chi rimane qui, sia su chi è già dall'altra parte.
La paura della morte, spesso, nasce dall'ignoto. Ma quando l'ignoto inizia ad avere una mappa — anche incompleta, anche imperfetta — diventa qualcosa di diverso. Non scompare. Si trasforma.
Non approfondisco oltre il percorso dello spirito perché ho realizzato un articolo specifico che parla di questo argomento che vi lascio qui sotto qualora vogliate approfondire 👇